Messa Crismale, Devasini: il linguaggio dei sentimenti è sorgivo delle nostre identità

CHIAVARI – “Il linguaggio dei sentimenti è sorgivo delle nostre identità” con questa parole il vescovo Devasini si è rivolto al presbiterio diocesano, durante la Messa Crismale presieduta in Cattedrale a Chiavari. Una riflessione lunga e articolata in cui il vescovo ha espresso alcune questioni a lui particolarmente care.

TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA

Cari Confratelli, cari fratelli e sorelle,

le parole del profeta Isaia, riprese da Gesù nel Vangelo, ci tramettono un messaggio chiaro ed esigente che ha come destinatario ogni battezzato e cresimato. Lo fanno ricorrendo ad un doppio vocabolario. Primo vocabolario: Spirito del Signore-unzione-consacrazione. Secondo vocabolario: miseri, poveri, schiavi, prigionieri, ciechi, oppressi. Le realtà espresse dal primo vocabolario sono un dono fatto non per esaltare il donatario quasi si trattasse di una investitura onorifica ma perchè il donatario, grazie al dono ricevuto, si metta a servizio delle realtà espresse dal secondo vocabolario e cioè di coloro che implicitamente o esplicitamente invocano vicinanza, aiuto, affetto, in una parola: amore. Ed è proprio perché all’origine del servizio c’è il dono che il servizio non si riduce ad una prestazione d’opera ma si annuncia come missione. Il modello di riferimento – anticipato dal misterioso profeta della prima lettura che assume toni messianici – è Gesù che dichiara compiuta in lui la parola di Isaia: lui è il ponte tra il cielo e la terra, tra il sacro e il profano, lui è il mediatore (cfr 1Tm 2,5; Gal 3,19; At 7, 35; Gv 1,17; Eb 8,6; 9,15; 12, 24), lui è al tempo stesso unto e inviato, consacrato e mandato. È questo il “sacerdozio sommo” di Gesù, secondo la Lettera agli Ebrei.  Non una segregazione del divino dall’umano, ma una immersione del divino nell’umano perché l’umano sia risollevato, perché la miseria, la povertà, la schiavitù, la prigionia, la cecità, l’oppressione si aprano ad un riscatto. Ebbene, in quanto battezzati e cresimati, siamo tutti unti, consacrati, siamo tutti sacerdoti (prima e seconda lettura) e lo siamo non per noi stessi, ma per la missione, per la stessa missione di Gesù, ciascuno ovviamente secondo la propria vocazione.  

Permettetemi allora alcune considerazioni sulla missione del presbitero ad intra e ad extra del presbiterio.

Ad intra.

I presbiteri, recita la PO, «sono uniti tra di loro da intima fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo […] ciascuno è unito agli altri membri di questo presbiterio da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità» (n. 8). Il testo conciliare giunge a precisare: «Animati da spirito fraterno, i presbiteri non trascurino l’ospitalità, pratichino la beneficenza e la comunione dei beni, avendo speciale cura di quanti sono infermi, afflitti, sovraccarichi di lavoro, soli o in esilio, nonché di coloro che soffrono persecuzione. Si riuniscano volentieri e con gioia anche per trascorrere assieme qualche momento di distensione, ricordando le parole con cui il Signore stesso invitava gli apostoli, stremati dalla fatica: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un poco” (Mc 6,31)» (ib.). Rivolto ai vescovi il documento dice: «i vescovi considerino […] i presbiteri come fratelli e amici, e stia loro a cuore, in tutto ciò che possono, il loro benessere materiale e soprattutto spirituale» (PO 7).

Il presbiterio, costituito dai presbiteri col loro vescovo, non è un’aggregazione sociale o domestica, ma è luogo teologico, vale a dire realtà di grazia, e luogo degli affetti. È la nostra prima comunità di appartenenza, in ragione di quel corpus (cfrPO 8) che i presbiteri formano col vescovo. È il primo ambito in cui il presbitero ha diritto di essere riconosciuto, con tutte le domande che lo abitano, autorizzato a porle, certo di trovare sempre e comunque ospitalità, accoglienza, comprensione, anche richiamo, se occorre, ma sempre fraterna solidarietà e incoraggiamento.

Il presbiterio è luogo ove ci è consentito di parlare la lingua materna. Esistono tre diverse lingue con le quali noi ci esprimiamo: quella cognitiva (intellettuale), quella volitiva (decisionale), quella emotiva (sentimenti). Quest’ultima è la nostra lingua madre. La metafora della lingua madre giova a renderci consapevoli che il linguaggio dei sentimenti è sorgivo delle nostre identità. È tramite i sentimenti che noi ci facciamo conoscere e gli altri sono da noi conosciuti. Non è raro il caso – e non è questa la sede per soffermarci sulle ragioni del fenomeno – che un ecclesiastico appaia come un uomo ingessato, quasi non provasse sentimenti. Il pudore dei sentimenti sconfina spesso nella loro censura. Il volto umano e cristiano del presbiterio emerge dalle emozioni che in esso circolano e si intrecciano. La nostra comunità presbiterale è di per sé luogo ove i sentimenti vengono espressi ed educati, o nascosti ed anche soppressi. C’è una grammatica e una sintassi dei sentimenti che va imparata, ed è molto bello impararla insieme, tra presbiteri, oltre che con la nostra gente. Non è facile imparare ad esprimersi bene nella lingua delle emozioni, anche perché – circa la manifestazione dei sentimenti – siamo ad un notevole passaggio epocale. Veniamo da una cultura che per generazioni riteneva che la libera espressione emotiva fosse solo da controllare, e viviamo oggi in un contesto socio-culturale che incoraggia continuamente anche a una scatenata espressione affettiva. Nella formazione presbiterale di generazioni passate il mondo emozionale è stato trascurato o guardato con sospetto. Restituire alla lingua dei sentimenti la giusta collocazione appare prioritario nella vita d’un pastore chiamato ad una gioiosa esistenza celibataria. Un nostro autore scrive «L’esperienza spirituale cristiana è intrinsecamente affettiva» (S. Guarinelli, Il celibato dei preti. Perché sceglierlo ancora?, pag.106). La Sacra Scrittura, invita ad amare Dio con affetto e sentimenti. Anche la devotio è la dimensione affettiva della fede.

È fondamentalmente sentirsi accolti, stimati, voluti bene, a qualunque età. La misura umana ed evangelica del presbiterio è data dalla cura che ci si prende per il confratello giovane o anziano, malato, o comunque sofferente. Noi siamo nati sentendo chi siamo prima di sapere chi siamo, e noi cresciamo in umanità solo se ci autorizziamo anche a sentire e non solo a sapere. Ogni censura negativa dei nostri sentimenti opera un processo riduttivo nella nostra umanità. Occorre custodia e orientamento delle emozioni, ma non soffocamento.

E’ stato scritto che il prete pronuncia parole profondamente divine solo quando dice parole autenticamente umane, come faceva il Signore Gesù. Secondo alcune ricerche pare che sia più facile che un presbitero pronunci parole ricche di umanità e di misericordia per la sua gente che per i propri confratelli. Possiamo credere che sia vero? e se è vero, perché?

Forse vale la pena lasciarci interrogare da questo fenomeno, se lo riteniamo vero. Può essere che il presbiterio, con tutti i suoi appuntamenti, ci abbia, anche comprensibilmente, stancati e delusi, e allora decidiamo che sia meglio spendere altrove le nostre risorse. Eppure il radicamento personalizzato nel presbiterio è per sua natura il vivaio della nostra apostolicità. Dedizione pastorale e reciprocità fraterna non sono alternative, ma si integrano e verificano a vicenda. Non saprei se e come una regola, di cui ogni tanto si parla, possa promuovere la fedeltà alla comunione presbiterale e alla missione apostolica; in ogni caso mi appare un ritmo di danza da saper custodire con la luce e la forza che ci vengono dallo Spirito del Signore.

Missione del presbitero ad extra del presbiterio ed in comunione con il presbiterio.

La questione che vorrei prendere in considerazione è quella della nuova modulistica relativa alla richiesta di autorizzazione a svolgere l’incarico di madrina/padrino e diffusa dopo il confronto intercorso con il Consiglio Presbiterale in occasione dell’ultima sua riunione. La logica sottesa alla predetta modulistica – e cioè la logica dell’avviare processi di integrazione delle persone che vivono situazioni di non piena realizzazione del sacramento dell’amore sponsale – era già operante in Familiaris consortio del 1981. Al n. 84 della predetta Es. Ap., Papa Giovanni Paolo II prevedeva infatti la partecipazione ecclesiale attiva attraverso momenti e gesti ben precisi: a) ascoltare la Parola di Dio; b) frequentare il sacrificio della Messa; c) perseverare nella preghiera; d) dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia; e) educare i figli nella fede cristiana; f) coltivare lo spirito e le opere della penitenza; g) implorare, di giorno in giorno, la grazia di Dio. Rimanevano e rimangono tuttavia alcune limitazioni e impedimenti in ambiti particolari di testimonianza cristiana: ambito liturgico (lettore e ministro straordinario della comunione); ambito pastorale (membro del consiglio pastorale); ambito educativo (catechista/educatore, madrina/padrino nei sacramenti); ambito istituzionale (insegnante di religione, direttore di uffici e organismi ecclesiali) (cfr Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, C.E.I., 1993, n. 218). In Amoris laetitia, al n. 299, Papa Francesco, recependo le indicazioni del Sinodo sulla famiglia del 2015, invita al discernimento pastorale con queste parole: «occorre discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possono essere superate». Permettetemi di offrire, per il momento, due indicazioni che sono: a) il superamento di una o più esclusioni deve restare nel quadro del discernimento ecclesiale ed individuale e quindi, in linea generale, non si può formulare un’indicazione valida per tutte le situazioni, ma si deve valutare caso per caso; b) la rimozione di tali esclusioni appartiene ai gesti da inserire nelle tappe di maturazione del cammino di riconciliazione. Con una sapiente pedagogia, il presbitero può consentire a una persona che ha veramente fatto un cammino spirituale di rinnovamento, forme diverse di partecipazione ecclesiale, non escluse, aprioristicamente, quelle di madrina/padrino dei sacramenti. Sono state ipotizzate figure come quelle dei testimoni (Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, C.E.I., 2014, n.70) e degli accompagnatori («Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito» (Sal 34,19). Accompagnare, discernere , integrare, Nota pastorale su Amoris laetitia, Conferenza Episcopale del Piemonte e della Valle d’Aosta, 2018, pag. 13) da affiancare a madrine/padrini in occasione del rito sacramentale, annotandone i nominativi nei registri parrocchiali: vi confesso di essere attraversato dal sospetto che si tratti di scorciatoie per evitare la fatica del discernimento e del dover eventualmente dire dei no alla richiesta di essere autorizzato a svolgere l’incarico di madrina/padrino: incarico che non è l’oggetto di un diritto ma, appunto, di una richiesta e quindi di un doveroso discernimento presbitero-fedele richiedente, discernimento di cui si possono rinvenire alcune fondamentali linee-guida in Amoris laetitia.

Cari Confratelli, cari fratelli e sorelle, vi chiedo scusa per la lunghezza di questa omelia ma desideravo aprirvi il mio cuore su alcune delle questioni che mi stanno a cuore. Pregate per me. Amen.

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