Messa defunti, Mons. Devasini: vedere e credere, l’orizzonte del cristiano dopo la morte

DIOCESI – Nel giorno in cui si commemorano tutti i defunti, il vescovo ha presieduto la celebrazione dell’Eucaristia nel cimitero cittadino di Chiavari. Mons. Devasini, commentando le letture e il Vangelo, ha richiamato il duplice aspetto della morte che tutti sperimentiamo. Da un lato la paura della fine, dall’altro l’ingresso in Dio.

Di seguito ampi stralci dell’omelia del vescovo.

“Laudato sì mi Signore, per sora nostra morte corporale, dalla quale nullo omo vivente può scappare”.

Cari fratelli e sorelle, questo celebre distico di “Frate Sole” di San Francesco d’Assisi esprime in modo suggestivo i due volti della morte che tutti sperimentiamo. Essa è sentita come un incubo, un mostro a cui nessuno può sfuggire. D’altra parte, per il credente, la morte è anche un incontro, un riposo, una soglia aperta, un’ingresso in Dio, il suo volto allora è quello di un angelo. Le letture conoscono entrambi questi volti della morte, anche se l’accento cade sul secondo. La testimonianza di Giobbe è significativa. Egli, infatti, travolto dalla sofferenza, vede profilarsi all’orizzonte la morte. Estuario ultimo di un’esistenza travagliata. Allora egli diverrà polvere, la sua pelle sarà distrutta, il suo corpo sacrificato, la lacerazione dell’esistenza sarà drammatica, ma contemporaneamente Giobbe ha la certezza che in quell’istante supremo, il suo vendicatore, cioè colui che renderà ragione della sua sofferenza, si leverà, vivo e ultimo, pronto a intervenire, a dare un sigillo alla vicenda del suo fedele. E’ per questo che Giobbe s’avanza verso la morte con coraggio e speranza. L’incubo della rovina fisica ed esistenziale è cancellato dalla speranza di quell’incontro conclusivo e liberatore. Anche Paolo, nel cuore delle lettere ai romani, ci fa balenare davanti agli occhi la morte di Cristo in tutta la sua drammaticità. Egli muore per mano dei peccatori e per i peccatori, ma subito dopo appare la vita, la giustificazione e la riconciliazione che quella morte genera. Segno del peccato, la morte attraversata da Cristo si apre alla luce, diventa sorgente di salvezza, si trasforma in epifania, in manifestazione dell’amore divino. “Se lo spirito di colui che ha resuscitato Gesù dai morti – dice Paolo – abita in voi, colui che ha resuscitato Gesù Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali, per mezzo dello spirito che abita in voi”. Giungiamo così al Vangelo di Giovanni. Da un lato c’è la fragilità dell’essere umano che può perdersi nella morte e nel peccato, che può essere cacciato fuori da Dio a causa del suo male dall’altro lato ecco l’amore di Cristo che su mandato del Padre, va alla ricerca di ciò che è mortale, perduto e peccatore e lo riporta a Dio, anzi lo conduce alla resurrezione. Per poter entrare in questo orizzonte di vita ,che ci strappa dalla mortalità, è necessario vedere e credere, due verbi giovannei che indicano l’adesione piena a Cristo, esperienza vitale dell’amore per lui e per i fratelli. Sospeso tra queste due visioni della morte il cristiano non ignora il peso della nostra finitudine, egli sa con realismo che muoriamo a ogni ora, e ogni istante della vita è un passo verso la morte, ma sa anche attraverso il suo vedere e credere, che Dio non lascerà cadere nel nulla la creatura che dialoga con lui, che già ora è in comunione d’amore con lui. “Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna e io lo resusciterò nell’ultimo giorno”. La paura è illuminata, lo sfacelo fisico è sostenuto, il distacco è consolato. Amen.

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