Solennità di Pentecoste

vescovo pentecosteDIOCESI – Ecco l’omelia pronunciata da Mons. Alberto Tanasini, in occasione della Solennità di Pentecoste. “Oggi, fratelli e sorelle, celebriamo il dono dello Spirito Santo. Anzi, chiediamo che questo dono, si rinnovi in questo giorno e continuamente per la Chiesa e per il mondo. In questo momento non possiamo sentirci estranei a quanto avviene a Roma, in San Pietro, accogliendo l’invito di Papa Francesco. Ci uniamo alla preghiera sua e dei suoi ospiti che provengono dalla terra di Gesù, per chiedere il dono della pace, quella pace che gli uomini, con le loro solo forze, dimostrano di non saper raggiungere. La nostra sia assemblea di preghiera unita a quell’impegno. Viviamo noi questo momento e rinnoviamo la grande invocazione ricordando quanto avvenne nel  giorno di Pentecoste a Gerusalemme, dove, obbedendo a Gesù, erano radunati gli Apostoli con Maria nel cenacolo, come ha ricordato San Luca negli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato. In verità il Vangelo di Giovanni  ci ha detto che Gesù ha dato lo spirito santo agli apostoli il giorno di Pasqua, soffiando su di loro. Dunque con il gesto della nuova creazione dell’uomo. In questo modo possiamo capire che il dono dello spirito santo è strettamente legato alla Pasqua di Gesù, ne è come il frutto più prezioso. Quella vita nuova, ricreata, che Gesù ha conseguito con la sua Croce e Resurrezione, egli l’ha voluta dare a noi e a tutti gli uomini. Il suo, quello di Gesù, non è rimasto un esempio. Non è ridotto ad un insegnamento. Non ha semplicemente dettato regole di saggezza, ma ha come imbevuto il nostro essere di questa nuova condizione di vita, e lo ha fatto proprio con il dono dello Spirito Santo. Egli, lo Spirito, è ospite dolce dell’anima per ciascuno di noi ed è forza viva che opera e agisce. Egli anima la chiesa, anzi è l’anima della Chiesa. E’ lo Spirito Santo che dà forma a coloro che nella Chiesa sono chiamati ad offrire il loro servizio ai fratelli perché questi ministri non svolgono solo un ruolo come quello di cui ha bisogno una società organizzata, ma rendono presente lo stesso Signore Gesù e il suo agire per noi. Per questo pensiamo che la festa di Pentecoste sia giorno privilegiato per ordinare i sacri ministri, oggi due nuovi diaconi: Davide e Paolo. Molti di voi sono qui presenti per loro o perché familiari e a loro rivolgo il mio particolare saluto. Oppure quali amici o per avere già conosciuto il loro impegno apostolico e tutti desiderate meglio comprendere quel che accade oggi per la loro vita. Ne propongo quattro aspetti: hanno appena detto alzandosi: “Eccomi”. E’ una risposta che già hanno ripetuto in altre occasioni, ma oggi ha un valore particolare: è la risposta alla vocazione. Alla Chiamata che la Chiesa rivolge loro nel nome di Gesù. E’ questo il senso della risposta che ha dato il vescovo al loro “Eccomi!”. E’ la conferma che quella voce che è risuonata nel loro intimo ad un certo punto della loro vita, quella voce autentica “Gesù ha chiesto loro di seguirlo. Di dedicare a lui per il servizio della Chiesa tutto se stessi. E’ come quando Gesù è passato sulle rive del Lago di Galilea e a Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni ha detto “Vieni e seguimi!”. E anche loro Davide e Paolo, lasciato tutto, lo vogliono seguire. Non crediate che questo avvenga semplicemente perché a loro piace, o perché corrisponda ad un desiderio, o perché non avessero altre prospettive per la loro vita. o perché ne fossero in un qualche nodo delusi. Chiedete loro e sentirete  come li ha sorpresi il sentirsi chiamati a seguire Gesù, come altre, desiderabili umanamente, potevano essere le vie che pensavano di poter percorrere e che già stavano davanti a loro. Chiedete e sentirete del senso di impotenza a intraprendere questa nuova strada, le difficoltà d’affrontare, le ansie e le incomprensioni. Solo perché lo Spirito del Signore li ha guidati, sostenuti e come una forza sempre più decisiva li ha tirati a sé, sono qui ora. E loro vogliono testimoniare oggi l’opera del Signore nella loro vita. Più forte della fragilità e insufficienza dell’umanità pur ricca che portano. Come risposta alla chiamata, desiderio di dare davvero tutto se stessi, di dare tutte le energie del loro cuore al Signore, per essere disponibili ai fratelli, essi assumeranno tra poco l’impegno di vivere la castità perfetta nel celibato. Sanno che è una decisione da molti, specie oggi, non compresa, anzi contestata, ritenuta impossibile attuarsi, non rispettosa della nostra umanità. E queste obiezioni si sentono avvalorate dalle mancanze, anche gravi, che si vengono a divulgare da parte di coloro che tale impegno hanno preso. Eppure anche loro vogliono affrontare la sfida di un dono totale di se. Di tutti gli aspetti che non abbiamo la possibilità di illustrare ora, per motivare questa scelta, uno ne mettiamo in evidenza: il loro dare testimonianza che si può prendere un impegno decisivo nella  vita. Che si può prendere una decisione che lega e dà significato a tutta la esistenza. Che si può assumere una responsabilità per il bene di tutti, oltre che per la realizzazione di se. E’ la sfida che ripetutamente anche Papa Francesco ha lanciato ai giovani prendere decisioni che diano solidità alla vita. Non rimanere disimpegnati e per questo senza avere prospettive che sostengano il cammino: lo spenderci per ciò che vale. Dicendo ciò che vale non ci riferiamo solo alla Consacrazione cui vanno incontro Davide e Paolo: intendiamo tutti gli impegni seri della propria vita, quelli a cui possiamo essere chiamati. E si può decidere in questo senso perché si chiede e si ottiene la Forza del Signore e il sostegno della Chiesa. Ecco i due diaconi saranno per il Signore nella Chiesa e non senza di essa. Faranno promessa di obbedienza per essere sempre nella comunione con il loro vescovo e, attraverso di lui, con  tutta la comunità. Lo stesso celibato offrirà loro di amare la Chiesa con un amore fedele, di vedere in essa famiglia di Dio la propria famiglia e di considerare oltre le mancanze degli uomini l’amore di Cristo che tiene la chiesa come sua sposa. Non è la chiesa un optional per la fede, ma la testimone, la custode dei doni di Dio che non si possono davvero vivere senza di essa. Ed infine il diaconato vuol dire servizio, rendere presente Gesù che si è fatto servo, Lui, il Signore. Con l’ordinazione questo essere servitori, con tutto quello che comporta, si imprimerà nella loro vita per sempre. Prima con quello che faranno, mostreranno il loro essere da come vivranno l’impegno di essere servitori. Tutto questo è opera dello Spirito Santo che invochiamo ora per voi Davide e Paolo, figli e fratelli nostri, che presentiamo a Dio per le mani di Maria, la Madre di Gesù e della Chiesa. Siamo consapevoli che egli vi restituirà a noi quale dono prezioso.

Sia lodato Gesù Cristo.”

Potrebbero interessarti anche...